Antonella De Nisco Reena Saini Kallat

REENA SAINI KALLAT – INTRECCI DI CRONACHE DI MIGRANTI

L’installazione Woven Chronicle di Reena Saini Kallat mostra le rotte migratorie che collegano le persone e le merci, contribuendo allo stesso tempo alle barriere culturali.

Woven Chronicle il titolo dell’installazione dell’artista indiana, esposta nel 2015 alla mostra Insecurities: tracing displacement and shelter, presso il Museum of Modern Art (Moma) di New York.

Un’intricata rete di fili elettrici intrecciati a mano fanno da protagonisti. Sono fili che creano una mappa del mondo sovrapposta alle rotte migratorie che collegano le persone e le merci e, contemporaneamente, contribuiscono a creare le barriere culturali. Il lavoro fa riferimento al trasferimento attivo di informazioni e di energia che deriva dalla mobilità e dall’incrocio di viaggiatori, ed è ulteriormente accentuato da una componente sonora che gioca un ruolo fondamentale: suoni ambientali associati alla migrazione quali telecomunicazioni, sirene di fabbrica, corna di navi e uccelli migratori sono emessi da megafoni installati nell’opera stessa, portando lo spettatore in una condizione emotiva di angosciosa immedesimazione.

Reena Saini Kallat: Woven Chronicle. Installation view, Insecurities: Tracing Displacement and Shelter, The Museum of Modern Art
Reena Saini Kallat: Woven Chronicle. Installation view, Insecurities: Tracing Displacement and Shelter, The Museum of Modern Art
Reena Saini Kallat: Woven Chronicle, The Museum of Modern Art
Reena Saini Kallat: Woven Chronicle, The Museum of Modern Art

L’intera superficie terreste si districa a partire da gomitoli poggiati sul pavimento. Fili aggrovigliati e colorati che sono come trasmettitori, veicolano idee, energia, movimento; eppure presentano la conformazione di fili spinati, di cavi telefonici aggrovigliati che esprimono chiusura, pericolo, morte. La mappa è dinamica, in continua evoluzione: «probabilmente», afferma l’artista «non vi era mai stato nella storia dell’uomo tanto movimento; eppure i confini dei paesi del mondo appaiono sempre più controllati, chiusi e diffidenti verso l’essere umano».

Un atlante ricamato, con le sue coste frastagliate, i suoi confini, i suoi mari, emerge dinanzi agli occhi dello spettatore e diviene un simbolo universale evocatore di storie, vicende, cronache che intrecciano insieme attraverso i loro fili colorati, paesi lontanissimi, luoghi ai confini del mondo. L’arte assume, in quest’opera, il volto di uomini in viaggio verso una «terra promessa» senza passaporto e senza diritti, e racconta cronache sussurrate dalle onde degli oceani che troppo spesso si colorano di rosso.

Reena Saini Kallat: Woven-Chronicle. Circuit boards speakers electrical wires and fittings created in situ at MoMa New York
Reena Saini Kallat: Woven-Chronicle. Circuit boards speakers electrical wires and fittings created in situ at MoMa New York
Dettaglio di Woven Chronicle, Reena Saini Kallat.
Dettaglio di Woven Chronicle, Reena Saini Kallat.

Sono sessantacinque milioni gli uomini, le donne e i bambini attualmente sono in movimento a causa di conflitti, persecuzioni e disastri ambientali. Tra questi, ventiquattro milioni hanno già raggiunto spazi di transito dove sono però rimasti intrappolati, e dove forse resteranno per un lungo tempo. Rifugio, per queste persone, vuol dire fuga, movimento costante, viaggio e soprattutto sopravvivenza.

Reena Saini Kallat nasce nel 1973 a New Delhi, ma trascorre la sua vita a Mumbai, dove attualmente lavora. Una forte coscienza sociale predomina nelle opere dell’artista che recentemente ha operato nella sfera pubblica con la creazione di installazioni interattive che affrontano problematiche globali e trasmettono un forte messaggio di consapevolezza e solidarietà.

Cosa significa percorrere le tratte intessute nella rete geografica di Reena Saini Kallat? Cosa vuol dire “mettersi in viaggio”, udire quei suoni nella realtà, sentire l’odore della morte?

Una poesia intitolata “Casa”, della giovane scrittrice e poetessa keniota Warsan Shire ci racconta:

«Nessuno lascia la propria casa a meno che casa sua non siano le mandibole di uno squalo;

verso il confine ci corri solo quando vedi tutta la città correre e i tuoi vicini che corrono più veloci di te

il fiato insanguinato nelle loro gole

il tuo ex-compagno di classe

che ti ha baciato fino a farti girare la testa dietro alla fabbrica di lattine

ora tiene nella mano una pistola più grande del suo corpo

lasci casa tua quando è proprio lei a non permetterti più di starci.

Nessuno lascia casa sua a meno che non sia proprio lei a scacciarlo

fuoco sotto ai piedi

sangue che ti bolle nella pancia

 

non avresti mai pensato di farlo

fin quando la lama non ti marchia di minacce incandescenti il collo

e nonostante tutto continui a portare l’inno nazionale

sotto il respiro

soltanto dopo aver strappato il passaporto nei bagni di un aeroporto

singhiozzando ad ogni boccone di carta

ti è risultato chiaro il fatto che non ci saresti più tornata.

 

Dovete capire

che nessuno mette i suoi figli su una barca

a meno che l’acqua non sia più sicura della terra

 

nessuno va a bruciarsi i palmi

sotto ai treni

sotto i vagoni

nessuno passa giorni e notti nel ventre di un camion

nutrendosi di giornali a meno che le miglia percorse

non significhino più di un qualsiasi viaggio.

nessuno striscia sotto ai recinti

nessuno vuole essere picchiato

commiserato

 

nessuno se li sceglie i campi profughi

o le perquisizioni a nudo che ti lasciano il corpo pieno di dolori

 

o il carcere, perché il carcere è più sicuro di una città che arde

e un secondino nella notte è meglio di un carico di uomini che assomigliano a tuo padre

 

nessuno ce la può fare,

nessuno lo può sopportare,

nessuna pelle può resistere a tanto.

 

Andatevene a casa neri, rifugiati, sporchi immigrati, richiedenti asilo

che prosciugano il nostro paese

negri con le mani aperte, che hanno un odore strano,

selvaggio

che hanno distrutto il loro paese e ora vogliono distruggere il nostro

 

le parole, gli sguardi storti

come fai a scrollarteli di dosso?

 

forse perché il colpo è meno duro che un arto divelto

o le parole sono più tenere che quattordici uomini tra le cosce

o gli insulti sono più facili da mandare giù

che le macerie

che le ossa

che il corpo di tuo figlio

fatto a pezzi.

 

A casa ci voglio tornare,

ma casa mia sono le mandibole di uno squalo

casa mia è la canna di un fucile

e a nessuno verrebbe di lasciare la propria casa

a meno che non sia stata lei a inseguirti fino all’ultima sponda

a meno che casa tua non ti abbia detto

affretta il passo

lasciati i panni dietro

striscia nel deserto

sguazza negli oceani

 

annega

salvati

fatti fame

chiedi l’elemosina

dimentica la tua dignità

la tua sopravvivenza è più importante

 

nessuno lascia casa sua se non quando essa diventa una voce sudaticcia che ti mormora nell’orecchio

vattene, scappatene da me adesso

non so cosa io sia diventata

ma so che qualsiasi altro posto

è più sicuro che qui».


REENA SAINI KALLAT – ENTRELAZOS DE CRÓNICAS DE MIGRANTES

La instalación de Woven Chronicle de Reena Saini Kallat muestra las rutas migratorias que conectan personas y bienes, y al mismo tiempo contribuye a las barreras culturales.

Woven Chronicle es el título de la instalación realizada por la artista india para la exposición Insecurities: tracing displacement and shelter, en 2015 en el Museum of Modern Art (Moma) de Nueva York.

Los protagonistas de la obra son unos cables eléctricos intricados y trenzados a mano. Son hilos que crean un mapa del mundo superpuesto a las rutas migratorias que conectan personas y bienes y, al mismo tiempo, crean barreras culturales. El trabajo se refiere a la transferencia activa de información y energía derivada de la movilidad y del cruce de viajeros, y se ve acentuado por un componente sonoro que tiene un papel fundamental: sonidos ambientales asociados con el tema de la migración, como telecomunicaciones, sirenas de fábricas, ruidos hechos por los barcos y las aves migratorias son emitidos por megáfonos instalados en la obra. Todo esto es lo que lleva al espectador a una condición emocional de agonizante identificación.

Reena Saini Kallat: Woven Chronicle. 2011 2016. Installation view, Insecurities: Tracing Displacement and Shelter, The Museum of Modern Art
Reena Saini Kallat: Woven Chronicle. 2011 2016. Installation view, Insecurities: Tracing Displacement and Shelter, The Museum of Modern Art
Reena Saini Kallat: Woven Chronicle, The Museum of Modern Art
Reena Saini Kallat: Woven Chronicle, The Museum of Modern Art

Toda la superficie de la tierra se desenreda a partir de bolas de lana en el piso. Hilos enredados y coloreados que tienen la función de transmitir ideas, energía, movimiento; pero al mismo tiempo, estos hilos, tienen la forma de alambre de púas, de cables telefónicos enredados que expresan cierre, peligro y muerte. El mapa es dinámico, en constante evolución: “probablemente”, dice la artista, “nunca hubo tanto movimiento en la historia del hombre; sin embargo, las fronteras de los países del mundo parecen cada vez más controladas, cerradas y desconfiadas hacia el ser humano “.

Un atlas bordado, con su costa accidentada, sus fronteras, sus mares, surge ante los ojos del espectador y se convierte en un símbolo universal que sugiere historias, cuentos, crónicas que tejen juntas, a través de sus hilos de colores, países lejanos a los límites del mundo. En esta obra, el arte representa los hombres que viajan hacia una “tierra prometida”, sin pasaporte y sin derechos, y cuenta crónicas que se oyen muy despacio en las olas de los océanos que demasiadas veces se coloran de rojo. Sesenta y cinco millones de hombres, mujeres y niños están actualmente en movimiento a causa de conflictos, persecuciones y desastres ambientales. Entre estos, veinticuatro millones ya llegaron a espacios de tránsito donde han permanecido atrapados, y donde tal vez permanecerán por un largo tiempo. Refugio, para estas personas, significa escape, movimiento constante, viajes y sobre todo supervivencia.

Reena Saini Kallat: Woven-Chronicle. Circuit boards speakers electrical wires and fittings created in situ at MoMa New York
Reena Saini Kallat: Woven-Chronicle. Circuit boards speakers electrical wires and fittings created in situ at MoMa New York
Detalle de Woven Chronicle, Reena Saini Kallat
Detalle de Woven Chronicle, Reena Saini Kallat

Reena Saini Kallat nació en 1973 en Nueva Delhi, pero pasó su vida en Mumbai, donde actualmente trabaja. Una fuerte conciencia social predomina en las obras del artista que recientemente trabajó en la esfera pública con la creación de instalaciones interactivas que abordan cuestiones globales y transmiten un fuerte mensaje de conciencia y solidaridad.

¿Qué significa recorrer los entrelazos en la red geográfica de Reena Saini Kallat? ¿Qué significa “seguir el camino”, escuchar esos sonidos en la realidad, oler la muerte?

Un poema llamado “Casa” de la joven escritora y poeta de Kenya, Warsan Shire, nos dice:

“Nadie sale de su casa a menos que su casa sea la mandíbula de un tiburón;

hacia la frontera se empieza a correr solo cuando se ve toda la ciudad y los vecinos corriendo más rápido que tu

sangriento aliento en sus gargantas

tu ex compañero de clase

que te besó hasta hacerte enloquecer, detrás de la fábrica de latas

ahora tiene en sus manos un arma más grande que su cuerpo

dejas tu casa cuando es ella quien no te deja quedarte allí.

Nadie se va de su casa a menos que sea ella quien lo aleje

fuego bajo los pies

sangre que hierve en tu vientre

nunca pensaste en hacerlo

hasta que el cuchillo no soporta más las amenazas incandescentes del cuello

y a pesar de todo continuas llevando el himno nacional

bajo la respiración

solo después de romper el pasaporte en los baños de un aeropuerto

sollozando con cada bocado de papel

era claro para ti que no ibas a volver más.

Tienen que entender

que nadie pone a sus hijos en un bote

a menos que el agua sea más segura que la tierra

nadie va a quemarse sus palmas

debajo de los trenes

debajo de los autos

nadie pasa días y noches adentro de un camión

comiendo los periódicos a menos que las millas hechas

no significan más que cualquier viaje.

nadie se arrastra debajo de las vallas

nadie quiere ser golpeado

compadecido

nadie elige los campos de refugiados

o las persecuciones y los golpes que dejan tu cuerpo lleno de dolor

o la prisión, porque la prisión es más segura que una ciudad en llamas

y un carcelero en la noche es mejor que una carga de hombres que se parecen a tu padre

nadie puede hacerlo,

nadie puede soportarlo,

ninguna piel puede resistir tanto.

Váyanse a su casa  negros, refugiados, inmigrantes sucios, solicitantes de asilo

que roban a nuestro país

hombres negros con las manos abiertas, que tienen un olor extraño,

salvaje

que han destruido su país y ahora quieren destruir el nuestro

las palabras, los ojos torcidos

¿cómo los quitas de encima?

tal vez porque el golpe es menos duro que una extremidad rasgada

o las palabras son más tiernas que catorce hombres entre las piernas

o los insultos son más fáciles de aceptar

que los escombros

que los huesos

que el cuerpo de su hijo

roto.

Quiero volver a casa,

pero mi hogar es la mandíbula de un tiburón

mi casa es el cañón de un arma

y nadie pensaría dejar su hogar

a menos que ella te persiga hasta el último banco

a menos que tu casa te dijera

date prisa

deja tus cosas detrás de ti

arrástrate en el desierto

nada en los océanos

ahoga

salvate

tienes hambre

pide limosna

olvida tu dignidad

tu supervivencia es más importante

 

nadie sale de su casa, excepto cuando ella se convierte en una voz húmeda que murmura en tu oído

vete, huye de mí ahora

No sé en qué me he convertido

pero sé que en cualquier otro lugar

es más seguro que aquí “.

Credits:

https://medium.com/insecurities/woven-chronicle-e494ea66e782

http://reenakallat.com/woven_chronicle

https://www.domusweb.it/it/notizie/2015/06/15/offsite_reena_saini_kallat.html